Dopo la tragedia di Napoli, le consuete polemiche

Napoli 17/05/2015
«Ho fatto una cazzata...». Queste le parole di Giulio Murolo subito dopo l’arresto. L’infermiere di 45 anni autore della strage di Napoli non aveva solo armi legali, detenute probabilmente grazie a una licenza di caccia, ma anche un Kalashnikov «clandestino» (con i numeri di matricola abrasi) sotto al letto.

La sparatoria ha sollevato il solito nuvolone di polemiche sul possesso di armi da fuoco. «L’accesso alle armi è troppo facile.
Bisogna rendere molto più difficile il percorso per arrivare a possederle, servono valutazioni ben più approfondite - osserva lo psichiatra Claudio Mencacci - La logica deve essere quella di concedere armi a pochissime persone, perché anche il possesso per uso sportivo rischia di diventare pericoloso». Di diverso avviso il responsabile del Viminale: «Il nostro è un Paese che non ha un particolare favore normativo» per le armi - dichiara Angelino Alfano - «si tratta di un tema sul quale riflettere bene per prendere decisioni che non siano dettate dall'emotività». Il timore degli addetti, invece, è che queste tragedie portino a una stretta «ideologica» sulla concessione di permessi, già resa più difficile dalla recente modifica della normativa esistente.

È un settore che conta 94.000 addetti, 2.200 aziende e fattura mezzo punto di Pil all’anno. La sua produzione stimata vale circa 800 milioni di euro e l’Italia è la prima al mondo per esportazioni, con il 90% della «merce» che va all’estero e copre il 70% dell’offerta comunitaria. Ma quello delle armi da fuoco è un tema spesso strumentalizzato in occasione di episodi di «nera», come quello di venerdì a Napoli, o di timori per la sicurezza collettiva, come quello di attentati terroristici. Una paura diventata psicosi con la nascita dell’Isis e l’entrata in scena dei cosiddetti foreign fighters. Ed è proprio con il decreto antiterrorismo, modificato recentemente ed entrato in vigore il 21 aprile, che il governo ha introdotto limitazioni per i possessori di pistole e fucili. Limiti considerati «assurdi e insensati» da armieri e appassionati, che hanno creato un comitato e raccolto migliaia di firme per evitare un sicuro danno economico, oltre a disagi e spese extra per i cittadini.

LA NUOVA LEGGE
Ma vediamo che dice la nuova legge. Due articoli disciplinano l’acquisto e la detenzione di armi da fuoco e caricatori. Uno colpisce indiscriminatamente le armi «soggette ad autorizzazione» secondo la Direttiva europea e identificate con la sigla «B7», cioè simili a quelle militari, come il Kalashnikov. Anche se, ovviamente, hanno solo l’aspetto di un vero Ak47, ma non sparano a raffica, non lanciano granate e sono utilizzate per il tiro a bersaglio nei poligoni e a caccia. Entro il 4 novembre, poi, vanno denunciati (con spese per carte da bollo per gli utenti, e lavoro aggiuntivo per polizia e carabinieri) i caricatori di pistola che contengono più di 15 cartucce e quelli per fucile con più di 5. Qual è il senso? Quale lo scopo? Non si capisce. Di certo, ha poco a che fare con il terrorismo.
«Sono norme che complicano una legislazione già poco chiara e frammentaria e mettono in ginocchio l’intero settore perché quel tipo di armi è quello più usato dai tiratori - osserva Andrea Gallinari, collezionista e uno dei coordinatori del "Comitato Direttiva 477" - È un attacco ideologico che non cambia niente dal punto di vista della sicurezza, anche perché i reati con armi legali sono il 6,5% di tutti quelli commessi con un’arma, mentre pistole, fucili e mitra illegali sono tantissimi. Sul mercato clandestino un Ak47 con due caricatori costa appena 150 euro. Infine il decreto contrasta con la Direttiva Ue 477, che non ritiene i caricatori parte dell’arma».

«NORME INUTILI»
Per Massimiliano Burri, perito balistico, consulente del Tribunale di Roma e titolare di «Maxarmi» a San Giovanni, è una legge «inutile, fatta da gente incompetente». Un altro esempio? «Allo scopo di tracciare gli acquisti della polvere da sparo, con cui gli appassionati ricaricano le cartucce, dobbiamo comunicare il codice dell’etichetta al commissariato - spiega Burri - Ma le pare che il miliziano dell’Isis va a comprare gli esplosivi in armeria? Queste norme non servono a prevenire né attentati, né omicidi. A parte il fatto che in Italia di armi non ce ne sono 11 ogni 100 persone, contro le 45 in Finlandia, le 31 in Francia e le 30 in Germania». Ma l’infermiere di Napoli aveva un porto d’armi o comunque la licenza di caccia. «Aveva anche un Ak45 con i numeri di matricola abrasi - sottolinea Burri - Il concetto, comunque, è che a sparare non è l’arma, ma l’uomo che c’è dietro. Il ghanese Kabobo uccise tre persone con un piccone per strada, allora vietiamo tutti i picconi? L’infermiere, se non fosse stato armato, poteva far esplodere una bombola e far saltare il palazzo. Allora daremmo la colpa alle bombole del gas?. L’arma è una potenzialità in più, non la causa di queste tragedie. Il problema sono i controlli e noi siamo i primi a chiedere che vengano intensificati». Secondo Angelo, titolare dell’armeria «Shooter» a Montesacro e anche lui membro del Comitato, «che ha già raccolto migliaia di firme», quello delle armi «fotocopia» di quelle militari è il settore che tira di più: «Rappresenta quasi l’80% del giro d’affari - precissa - e già abbiamo previsto il 40% del fatturato in meno con le nuove regole. Tutti sanno che i detentori legali di armi sono i primi a rispettare la legge e se ti beccano ubriaco alla guida, oltre alla patente, ti tolgono subito anche l’arma. Ci vuole molto a capire che non è una pistola che fa il killer?».

TIRO A VOLO
Mentre negli anni sono diminuite le licenze per uso caccia e difesa personale, sono cresciute quelle per «tiro a volo», licenze sportive per sparare nei poligoni, sottoposte allo stesso genere di controlli di polizia: nel 2002 erano 127.187, salite a 352.149 nel 2011, a 373.693 nel 2012, a 397.751 l’anno seguente e a 397.384 nel 2014. E su queste incombe un’altra «minaccia», non contenuta però nel decreto. Dopo la strage di Milano, si è fatta insistente la voce di nuove limitazioni anche in questo campo. L’idea è di affidare la detenzione delle armi da tiro ai poligoni. Una follia, visto che nel 2008 (dati Istat) in Italia c’erano circa 10 milioni di «pezzi» e 4 milioni di famiglie erano armate. «È una cosa irrealizzabile - afferma Burri - Dove metti tutta quella roba? Come la custodisci? Come ti organizzi per il carico e scarico?». «Il deposito coatto nei poligoni non risolverebbe nulla - spiega Gallinari - E poi che c’entra la strage di Milano? Lì sono mancati i controlli. La verità è che il Viminale è in enorme ritardo con l’informatizzazione delle denunce e l’archivio armi. Hanno ancora i faldoni legati con lo spago...».
Maurizio Gallo

Da www.iltempo.it